Luca Luciani
Sommelier
Gli orange wine, chiamati con un termine inglese,
che riscopre una tradizione tutt’altro che anglo-
sassone, ritornano, e hanno nuova vita nel mon-
do del vino odierno. Parliamo di vini bianchi con
macerazioni, brevi o lunghe che siano, sulle bucce,
i quali risultano di colorazione affine all’arancio.
Si allacciano a usanze antiche e riscoprono vini
“di campagna” dove le macerazioni permettevano,
oltre a dare corpo al vino, una più lunga conserva-
zione. Sono state applicate queste tecniche in tutta
Italia fino all’avvento dell’acciaio negli anni ‘70 e di
nuovi strumenti che hanno permesso di separare
le vinacce senza macerazioni con chiarificazioni
e vini sempre più limpidi. Diversa è la tradizione
friulano-slovena o georgiana che ha sempre conti-
nuato e proseguito la consuetudine della macera-
zione con affinamenti in terracotta mantenendo il
fascino dei Kvevri o Tchuri che dir si voglia.
Negli ultimi vent’anni circa questi tornano in
auge
insieme a delle tendenze più filosofiche legate so-
prattutto al benessere, all’ecologia e strizzando
l’occhio all’oriente: l’uomo viene compreso come
parte di un sistema-mondo al pari degli animali e
delle piante nel rispetto reciproco.
In tal senso gli orange wine sono sempre vini na-
turali o più tecnicamente biodinamici o biologici?
Non è una regola, ma spesso avvicinano la loro
idea e il loro stile della macerazione alla cultura del
naturale. Le fondamenta sono gettate da Rudolf
Steiner agli inizi del ‘900, teosofo tedesco che gettò
le basi dell’agricoltura biodinamica. Subito dopo
Matthias K. Thun crea il calendario delle semine e
negli anni ‘30 Demeter, legandosi a Steiner, certifi-
ca le prime aziende biodinamiche.
Tecnicamente la macerazione con il contatto sulle
bucce rilascia la sua dose di acidi e polifenoli con
antociani e tannini aiutando certamente a sostenere
la struttura del vino che a livello organolettico porta
a risultati più robusti con sfumature che in un certo
senso appiattiscono le caratteristiche intrinseche de-
gli uvaggi, ma si completano di complessità proprie.
A proposito di questo, concettualmente è necessario
riscoprire l’idea di
terroir
e domandarsi se è vero
ciò che molti produttori di orange wine professano,
ovvero la tutela del territorio eregendosi portaban-
diera di un panorama vitivinicolo. Penso che siamo
tutti d’accordo sul fatto che il riflesso del
terroir
sia
dato da molti aspetti che partono dal microclima,
passando per il suolo, alle tecniche in vigna e di vi-
nificazione oltre che a piccole consuetudini che arri-
vano alla scelta dei lieviti seppur in alcuni casi non
indigeni ma selezionati. Tutto questo sembra molto
più ampio se pensiamo soltanto ad una macerazione
e un affinamento in terracotta.
Andando sulla degustazione molti e in tutto il
mondo si sono interrogati, anche all’interno delle
varie scuole e associazioni, di come approcciarsi al
“mostro” degli orange wine. I vini aranciati diffi-
cilmente possono essere analizzati sensorialmente
allo stesso modo dei vini tradizionali. Comporta
dei pregiudizi, per loro essere, da tenersi conto.
Nasi e palati esperti sono concordi sul fatto che la
riconoscibilità viene meno per alcuni vitigni o tec-
niche vitivinicole oltre la macerazione.
ORANGE WINE
IL QUARTO COLORE DEL VINO
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