Sommeliers Marche Magazine 64 - page 24

Avola, la porta dei monti Iblei.
Apicula
, in latino.
Il miele ha da sempre costituito una risorsa impor-
tante per l’economia locale di questo comune del si-
racusano. La caratteristica forma esagonale ricorda
quasi un alveare. Come tutti i comuni della Val di
Noto, neppure Avola, in quel lontano gennaio 1693,
fu risparmiata dal devastante terremoto che scon-
volse la costa orientale della Sicilia. Città comple-
tamente rase al suolo, ricostruite negli anni a se-
guire in perfetto stile barocco. Circondano Avo-
la sconfinati giardini di agrumeti e mandorleti. La
segnaletica cittadina annuncia l’importanza della
mandorla. Le cultivar protette dalla denominazio-
ne “Mandorla di Avola” sono la Pizzuta, la Roma-
na e la Fascionello. La prima in particolare è la pre-
diletta dell’industria dolciaria e dei confetti. Dulcis
in fundo, il vino. Il Nero d’Avola incarna il gusto di
una storia millenaria.
Fu importato dai greci durante la loro presenza
nell’isola; da loro deriva anche il tipo di allevamento
a bassa ceppaia impiantato tipicamente a spalliera o
ad alberello. Veniva chiamato
Calabrese
, una deno-
minazione utilizzata già nel 1600 quando con
Ca-
lavrisi
o
Calaulisi
venivano indicati tutti quei vini
associabili al sud Italia per caratteristiche qualitati-
ve, metodo di lavorazione, colore e zuccheri. Il Ne-
ro d’Avola invece nulla ha a che vedere con la Cala-
bria, ma certamente, come tante uve del sud, veni-
va esportato e utilizzato per dare corpo e colore ai
vini piemontesi, toscani e francesi. Una spiegazione
del suo nome potrebbe trovare radici nella lingua
antica siciliana dove
“Calea”
stava per uva e
“Auli-
si”
per Avola, dunque
“Calaulisi”
come uva di Avo-
la. Di certo il nome Nero d’Avola con il quale il viti-
gno è riconosciuto da sempre in Sicilia, sottolinea
l’importanza della zona di Avola come centro, se
non origine, di antica coltivazione della varietà.
Le testimonianze più antiche inerenti la coltivazione
nel territorio siciliano provengono dal Mendo-
la (1868) che riferisce della presenza di tale vitigno
nelle province di Agrigento, Catania e Siracusa. Al-
la fine del 1800, come si attesta dai bollettini ampe-
lografici delle altre provincie siciliane, il Nero d’A-
vola dal bacino embrionale della Sicilia sud-orien-
tale gradualmente si diffonde fino a essere presente
in modo esteso in larga parte dell’isola e oggi è l’uva
più rappresentativa di Agrigento, Caltanissetta e
Trapani. Una piccola quantità viene coltivata anche
nel ragusano dove viene utilizzato in blend con il
frappato per la produzione del Cerasuolo di Vittoria
DOCG. «
Il Nero d’Avola è un prodotto che esprime
in modo universalmente apprezzato caratteristiche
territoriali e culturali proprie dell’isola –
sottolinea
Antonio Rallo, presidente del Consorzio di Tutela
Vini DOC Sicilia
– e sta senza dubbio fornendo un
contributo prezioso nel far conoscere sempre di più la
Sicilia nel mondo con le sue eccellenze».
Da allora, il
vino che ne deriva non ha mai smesso di evolversi.
Col suo carattere impetuoso e attraente, a tratti dif-
ficile da tenere a bada, costituisce il vitigno a bacca
nera più importante, con oltre 43 milioni di botti-
glie certificate DOC Sicilia. Un dato che conferma
–
come riferiscono dal Consorzio di Tutela Vini DOC
Sicilia
–
il trend positivo in atto dal 2017, quando le
bottiglie erano poco più di 7 milioni. La sua innata
capacità di rinnovarsi a seconda delle esigenze del
consumatore lo rende emblema di versatilità, stan-
do al passo ad ogni tempo.
«
Il Nero d’Avola –
spiega il presidente Rallo
– fa
parte del patrimonio vitivinicolo della Sicilia e pro-
prio per questo vogliamo investire sul futuro del vi-
tigno studiando, valorizzando e salvaguardando la
sua biodiversità. Come Consorzio stiamo portan-
do avanti un importante progetto scientifico volto
a valorizzare il germoplasma viticolo siciliano con
lo scopo di fornire, nel tempo, alle aziende siciliane,
LA PORTA DEI MONTI IBLEI
vola
Benedetta Luciani
Sommelier
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