Sommeliers Magazine Marche n. 32 - page 19

Isole
Lofoten
Lisbona
Candia
Impetuose folate di vento strappano la vela di mae-
stra e... siamo nel cuore della tempesta perfetta. L’al-
bero cede, Il timone non risponde e il vascello na-
viga incontrollato di traverso con sempre maggior
inclinazione. Le gelide acque invadono le stive. Le
merci galleggiano e gli orci di vino si spaccano sbat-
tendo l’un contro l’altro. Siamo in totale balìa del fe-
roce Mare del Nord e senza il minimo orientamento.
Alcuni marinai vengono strappati via dalla forza
delle onde che ora superano totalmente la caracca.
Si lanciano in mare due scialuppe; la più piccola
con 18 uomini sparisce tra i flutti. Sulla seconda più
grande prendono posto gli altri marinai compreso il
Comandante Querini e i suoi due comiti.
Da qui in avanti… sappiamo soltanto di esser riu-
sciti a contare i giorni di naufragio. Abbiamo na-
vigato stremati dal funesto 17 dicembre 1431 al 14
gennaio successivo senza cibo ne acqua, fra l’oblìo
delle aurore boreali delle interminabili notti polari.
Da 68 uomini che eravamo ci trovammo in 16 su-
perstiti sbattuti ma indenni su di un grande scoglio
e quivi rimanemmo per diversi giorni al freddo,
mangiando patelle e carcasse marcite di grossi pesci.
Ancora non sappiamo quale terra ha fermato il
nostro naufragio. Da un’isola posta a qualche mi-
glio alcuni indigeni vedono il fortunoso fuoco che
riuscimmo ad accendere per riscaldarci e arrivano
in aiuto. Sono pescatori e brava gente, semplice e
cordiale e nel darci buona accoglienza e ristoro in
qualche modo ci informano dove ci troviamo: isola
di Røst, arcipelago delle Loföten, Norvegia setten-
trinale. Siamo molto oltre il circolo polare artico e a
900 miglia marine più a nord delle Fiandre, nostra
mancata destinazione di approdo.
Ci ospitano a gruppetti dividendoci fra le diverse
famiglie del villaggio. Le case, anzi le capanne sono
rotonde, calde, ricoperte di pelle di pesce e con un’a-
pertura in alto per smaltire il fumo del fuoco peren-
nemente acceso. Le donne sono belle e con la più
pura innocenza non conoscono il pudòre. Girano
senza malizia nude davanti a noi e ci permettono
con assoluta naturalezza di giacere con loro: anzi,
gli stessi uomini di famiglia ci invitano a farlo, come
fosse un obbligo di ospitalità.
Il cibo è abbondante e di base si consumano quo-
tidianamente grossi pesci essiccati all’aria su alte
palizzate di legno. Vengono sfibrati bastonandoli
con delle mazze, ammollati per diversi giorni e les-
sati poi in acqua dolce. Alcune rare verdure e alghe
marine bollite lo accompagnano e al momento di
mangiarlo viene irrorato di calda sugna fusa. Sarà
la nostra dieta fissa di ogni di ed impariamo ad ap-
prezzarlo. Gli indigeni lo chiamano nella loro lin-
gua “Lutefisk” pesce bastone (successivamente an-
glofizzato stockfish, pesce da stoccaggio).
Rimaniamo impigriti in loco fino al successivo mese
di maggio, lasciando a queste genti come segno del
nostro soggiorno decine e decine di donne gravide.
Con un mezzo di fortuna procuratoci dagli indigeni
ripartiamo il 15 di maggio e facciamo rotta verso
Bergen. Alcuni di noi preferiscono accasarsi a Røst
e crearsi una famiglia, imbastardendo ancor di più
la purezza indigena.
Imbarchiamo sessanta stoccafissi che riusciamo poi
a vendere in buona parte a Londra, procurandoci
quel po’ di denaro indispensabile per tornare, gra-
zie a Dio, a Venezia. Raggiungiamo la Germania e
acquistiamo dei cavalli; venti giorni più tardi ci tro-
viamo in Piazza San Marco a raccontare la nostra
epopèa e a parlar di quel fantastico pesce essiccato
che tanto sostegno ci diede.
Qualche mese più tardi centinaia di Stoccafissi, dai
veneziani erroneamente chiamati baccalà per una
confusione creata dai portoghesi che frequentiamo
spesso con le nostre flotte commerciali, entreranno
nelle cucine della Serenissima.”
Oggi, infatti, è il piatto simbolo di Venezia.
NOTA -
Secondo alcuni dei diversi autori che hanno racconta-
to l’epopèa del Querini, l’isolotto del naufragio sarebbe quello
di Sandøy il quale però fa parte dell’arcipelago delle isole da-
nesi Farøe situate fra l’alta Scozia e l’Islanda, distanti 1.100
chilometri da Røst (isola delle Loföten). La caracca avendo su-
perato l’Irlanda e per essere poi giunta in Norvegia ha sicura-
mente navigato in prossimità di queste isole e quindi potrebbe
aver fatto naufragio in questo arcipelago e non alle Loföten?
Non si spiegherebbe però come i naufraghi vennero intercet-
tati dalla “vicina” isola di Røst così distante da Sandøy.
Quindi, qualcuno ha commesso un macroscopico errore o ha
interpretato male gli scritti del diario di bordo del Querini; ma
anche lo stesso comandante potrebbe aver creato confusione.
Pur considerando che anche alle Farøe si produce Stoccafisso
da sempre e di buona qualità queste isole non possono aver
nulla a che vedere con lo scenario del naufragio.
Quindi il sito di approdo rimane l’isola di Røst (Loföten), dove
a testimonianza, nella celebrazione dei 500 anni dal naufra-
gio, è stata eretta nel 1932 dalle autorità del luogo una gran-
de lapide a ricordo di Pietro Querini.
Isole Lofoten, Norvegia
Il monumento in memoria
di Pietro Querini eretto
sull’isola di Rost nel 1932
(foto a lato)
Il comandante
Pietro Querini
L’itinerario della Quirina
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