Non è il riconoscimento del “fiore” ciò che si vuo-
le veicolare e condividere. Non sono i profumi del
gelsomino, della zagara, dell’acacia, del mughetto
o della fresia. La differenza tra essi è tanta e tale che
spesso quasi non ha senso accomunarli in una stes-
sa famiglia odorigena. Ma allora perché si utilizza
un etichetta semantica comune? E perché dire “fio-
ri bianchi” per noi ha valenza? Perché, in questo
caso specifico, ciò che si desidera evidenziare non
è il singolo profumo. Il peso del descrittore è dato
dal rimandare il pensiero al colore: è il “Bianco”, la
“Bianchità”, quello che si vuole trasmettere. Ebbe-
ne sì, anche per noi un colore ha un odore. Anche i
sommelier sono sintetetici.
L’utilizzo di questa modalità pervade le nostre de-
scrizioni molto di più di quanto si crede, ed essa
non è agganciata soltanto all’abbinamento odore-
colore. Se si leggono schede importanti di vini no-
bili, con un’attenzione rivolta a ciò che può essere
sinestesia, si comprende quanto tutti i grandi de-
gustatori facciano uso di questa modalità.
Non è un utilizzo improprio, anzi al contrario, con
naturalezza si riesce ad esprimere concetti com-
plessi e vari per condividere ciò che è il nostro per-
cepito che non riesce ad essere ingabbiato nella gri-
glia di un solo specifico canale sensoriale per esse-
re comunicato agli altri. E ci sembra così, ancor di
più, di capire il vino.
La sinestesia è per definizione anti-conformista; es-
sa, infatti, configurandosi come la capacità di ap-
prezzare le molteplici dimensioni di una singola sti-
molazione sensoriale, rompe le categorie tradizio-
nali di lettura della realtà e non sta nei ranghi.
È una dimensione poliedrica e sfaccettata che, an-
che senza essere compresa nel suo significato più
intimo, viene da noi utilizzata con maestria, pa-
dronanza e naturalezza. Degustare quindi è, an-
cora una volta, qualcosa di magico, e raccontare il
percepito -utilizzando la sinestesia come amica, a
volte senza neanche conoscerla- è, forse, ciò che ci
piace di più.
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