secolare ritrovo che scompare”
, il motivo ufficiale
è l’aumento indiscriminato del canone di affitto
successivo alla scadenza del contratto di locazione.
Ma ormai il successo del Vermouth era indiscus-
so, dovuto a diversi fattori, la classe politica illu-
minata e un’imprenditoria capace e all’avanguar-
dia, la vicinanza dei modelli enologici francesi,
lo sviluppo delle ferrovie che collegavano Torino
all’Europa e soprattutto al Porto di Genova (linea
ferroviaria Torino – Genova, Traforo del Frejus e
Tunnel del Gottardo) permisero la diffusione del
vino piemontese in centinaia di paesi sparsi nel
mondo come attestato dalle fatture di spedizione
ancora visibili presso molti produttori (Cora, Cin-
zano, Gancia, Martini).
L’ultima prova che sancisce l’enorme successo di
questo prodotto nella capitale sabauda è la nasci-
ta dell’ora del Vermouth, di questa usanza non si
hanno tracce su documenti ma è stata tramandata
dalla tradizione orale, da qui scaturì in seguito il
rito dell’aperitivo moderno, infatti si era soliti ac-
compagnare il Vermouth con paste dolci e salate
per rendere più agevole la beva ed evitare sconve-
nienti cenni di ubriachezza, essa fu molto in auge
dal 1880 al 1915 dalle sei alle sette di sera, scom-
parve con lo scoppio della Prima Guerra Mondia-
le ma sopravvisse nei piccoli paesi e nelle borgate.
L’altro momento era il Vermouth d’Onore, cerimo-
nia fondamentale nelle grandi occasioni militari,
mondane e storiche.
Nel 1915 Gancia produsse il primo Vermouth
bianco della storia italiana, dalle pubblicità ritro-
vate si evince che questo lancio fosse assolutamen-
te mirato al target femminile, il profilo del bianco
infatti era aromatico, floreale e dai toni freschi e
fruttati per essere più gradito al gusto femminile
solitamente poco avvezzo all’amaro.
Dopo la Seconda GuerraMondiale comincia la crisi
del Vermouth, dovuta a diversi fattori che si mani-
festarono tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta,
primo fra tutti l’abbassamento della qualità pro-
duttiva generale delle bevande alcoliche dovuto ad
un grande aumento della richiesta durante il boom
economico; l’intervento dell’Unione Industriale
di Roma che per evitare frodi alimentari vietò la
produzione sotto lo stesso tetto di vini, Vermouth,
liquori e distillati, così ogni azienda dovette sce-
gliere una strada primaria di produzione e da molti
fu abbandonata la linea del Vermouth; i costumi di
vita cambiarono, si passava molto più tempo al la-
voro e in famiglia e sempre meno con gli amici con
conseguente perdita di importanza da parte dei bar
e una discesa dei consumi di Vermouth, amari e
distillati; i ragazzi degli anni settanta e ottanta rin-
negano il Vermouth definendolo vecchio e datato
e preferirono i primi cocktail massificati di scuola
americana e la birra. In questo periodo chiusero
molte aziende, la Martini seppe resistere grazie al
suo marchio tenuto in vita da numerosi investi-
menti pubblicitari di cui ancora oggi raccoglie i
frutti (le automobili Lancia da rally griffate Marti-
ni, le terrazze Martini) grazie soprattutto a questi
investimenti fu possibile all’inizio degli Anni Ot-
tanta una ripresa aiutata anche da altri produttori
come Cocchi che per primo tornò ad usare la deno-
minazione “di Torino”. Il Vermouth torna ad essere
protagonista della miscelazione classica soprattut-
to Oltre Oceano, ridestando fortemente l’interesse
dei barman verso questo prodotto.
I produttori
La notorietà del prodotto che diventerà la bevanda
simbolo della città di Torino fece nascere sotto la
Mole una vera e propria dinastia di produttori di
Vermouth, quasi tutti iniziarono con piccole bot-
teghe di rivendita vino e liquori per poi diventare
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