Gli innamorati furono presto cattu-
rati dai sacerdoti adirati e trucidati
per il sacrilegio. Il sangue che defluì
dai loro corpi decapitati e depredati
dei cuori inzuppò il terreno avviz-
zendo tutta l’erba attorno al burrone
dove furono gettati.
Poco in là dalla sventura
“quando l’ardente
sole del tropico trafisse appena le fronde dell’arbusto
or ora spuntato, un’orchidea rampicante si sviluppò al
suo riparo come fosse una sposa che riposa sul petto
del suo amato”
e crebbero rapidamente all’unisono.
La carnosa pianta un mattino si rivestì di fiori bian-
chi emanando ineffabili effluvi in quel luogo credu-
to ormai sotto cattivo influsso celeste. Con l’esplo-
sione dei frutti maturi i minuscoli semi dall’aroma
acuto vennero liberati nel folto della foresta cattu-
rando a dismisura lo stupore dei ministri del culto,
che per il sentimento di rimorso benedi-
rono l’anima pura del principe e
della principessa vittime della
metamorfosi vendicativa divina.
Al seducente “fiore recondito”
i Totonachi diedero il nome
xanat che divenne oggetto di
culto nei santuari per compiacere
la dea e, quando furono vinti dagli Aztechi, dovet-
tero usare le preziose capsule della Vanilla fragrans
come tributo all’arcigno imperatore Motecuhzoma
Xocoyotzin che le adorò con riverenza anche per le
proprietà medicinali. Gli Aztechi poi chiamarono la
pianta della vaniglia tlilxochitl, “fiore nero” in lin-
gua nahuatl. Si scoprì presto lo stravagante aroma
che la vaniglia riuscì ad infondere alla bevanda ri-
cavata dal nobile cacao criollo, anch’esso endemico
e tenuto in grande considerazione sia dagli Aztechi
che dai Maya, che tramite i conquistadores latini
operosi sotto l’egida di Carlo V approdò nel Vecchio
Continente destando una vera e propria infatua-
zione. Profumieri e pastellieri delle corti europee
furono prontamente riforniti dei flessibili baccelli
color caffè, contenenti la pregiata molecola aro-
matica di vanillina liberata per attività enzimati-
ca in seguito ad un processo di trasformazione,
generati per impollinazione naturale da parte
di pronubi indigeni.
Una sensuale fragranza femminile indossata
da una dama raffinata, oppure una squisita
crema pasticciera reclusa tra dischi di fra-
grante pasta sfoglia o in soffici golerie, non avreb-
bero lo stesso irresistibile fascino se fossero conce-
pite senza l’utilizzo della vaniglia. Crème-caramel,
millefeuille, gelati, bavaresi o ciambelle, biscottini
linzer, oppure l’asburgico vanillekipferle, la stessa
cheesecake messicana o la torta ai tre latti, anch’es-
sa tipica del Messico, sublimi nascondimenti della
preziosa spezia derivata da una pianta rampicante
della famiglia delle Orchidaceae, infondono com-
piaciuti sentimenti di gioia ineffabile alle percezioni
organolettiche di ogni goloso estimatore. Flan de
vanilla, il grande classico della pasticceria messi-
cana, non è altro che la riproduzione della crema
allo zucchero caramellato preparata con latte con-
densato invece del latte fresco; nella versione del
flan napolitano, ai consueti ingredienti, si incorpo-
ra una voluttuosa porzione di crema di formaggio.
Gli onnipresenti churros, spuntini dolci dalla forma
allungata a base di una semplice pastella fritta fat-
ta di farina di mais, zucchero, uova, acqua o latte,
spolverati di zucchero e cannella, ancora caldi ven-
gono intinti in una tazza di
champurrado
, una tra-
dizionale bevanda calda e densa a base di polvere di
cacao, ereditata dagli avi, per la quale i Mexicanos
contemporanei provano altrettanto grande traspor-
to quanto gli antichi nativi che la offrirono ai loro
dei in segno di profonda devozione. Sia i Maya che
gli Aztechi miscelarono la polvere dei semi tostati
di cacao con dell’acqua calda, l’addensarono con fa-
rina di mais e l’aromatizzarono con vaniglia o pepe-
roncino. Con la mediazione degli Iberici la bevanda
fu addolcita con del miele o zucchero di canna, più
Tacos
Burritos in tortilla
Chili con carne
Cazuela
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