Fin dalla più remota antichità si è ritenuto che dol-
cificare le semplici focacce di cereali, le rendesse
idonee ad essere offerte agli dei.
I motivi erano molteplici, soprattutto augurali e
propiziatori, ma anche per santificare (sacrum fac-
tum = fatto sacro) i giorni di festa del calendario
liturgico, i riti della fertilità, quelli “di passaggio”
della vita umana (nascita, pubertà, matrimonio,
morte) e quelli del tempo (solstizi ed equinozi).
Con la lenta, progressiva cristianizzazione della
società, le stesse preparazioni furono acquisite e
trasferite, con diverso nome, alle grandi solennità
religiose e alle feste del nuovo calendario liturgico
cristiano, facendo loro assumere un forte carattere
devozionale, che si è mantenuto per tutto il perio-
do della società rurale preindustriale.
A partire dagli anni ‘50-‘60 del Novecento, l’avven-
to della società industriale diffusa ha portato ad
una profonda secolarizzazione della società mar-
chigiana.
È cambiato il legame fra feste e dolci, fra dolci e
morti, fra dolci e resurrezione, fra dolci e santi (an-
che a seguito delle modifiche portate al calendario
liturgico cattolico), ma anche fra dolci e viventi,
con la perdita di ogni significato propiziatorio o
devozionale.
Sono tuttavia sopravvissute nell’uso comune non
poche torte dolci preparate per scopi commerciali
ancora legate agli stessi periodi di consumo (pa-
squale, natalizio, carnevale, feste dei santi e dei
morti, ricorrenze famigliari ecc...) che, se ormai
raramente preparate in famiglia, sono facilmente
reperibili in commercio grazie all’esistenza di un
fiorente artigianato alimentare.
Le torte dolci
(ricette)
Non potendo riportare per ragioni di spazio tutte
le ricette, riporto quelle più significative:
Agnellino di Pasqua, Bostrengo del Montefeltro/
Massa Trabaria, Ciambelle di Pasqua, Ciambella
NELLA TRADIZIONE MARCHIGIANA
SECONDA PARTE
Piergiorgio Angelini
Sommelier-storico AIS Marche
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