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Lontani dalle immensità pelagiche, oltrepassan-
do le regioni del verdeggiante Shaanxi, culla della
millenaria civiltà cinese e della pittoresca opera
tradizionale Qinqiang, attraversato il Fiume Gial-
lo in prossimità della Città d’oro o Lanzhou, nel
corridoio del Gansu, tra specie endemiche singo-
lari come il panda e coloratissime montagne del
Parco geologico nazionale dello Zhangye Danxia
simili a cumuli di spezie esposte al bazar, la natu-
ra rigogliosa cedette il passo alle sterminate distese
steppose e agli aridi deserti. Penetrata la vasta area
desertica e montagnosa dello Xinjiang popolata
per lo più da etnie turcofone islamiche, mongole e
tibetane e superato l’antico centro commerciale di
Gaochang, oasi carovaniera nel deserto di Takla-
makan, a ridosso della “Valle dell’uva” nella depres-
sione di Turfan, nota per i vini e le dolcissime uve
passite, albicocche, noci, alberi di gelso e angurie di
diversi colori, l’esplorazione dei territori allora sco-
nosciuti progredì lungo il margine meridionale del-
la catena del Tien Shan – “Montagne Celesti” – fino
alla Porta dell’Occidente, la multietnica Kashgar.
Nella città popolata dagli Uiguri, etnia turcofona
di religione islamica, echeggiano ancora gli arcaici
stili vocali e musicali asiatici, capaci di trasportare
la mente, libera di spaziare, in tempi assai lontani,
avvertendo qua e là fra le note la contaminazione di
alcune sonorità mediterranee, e non solo, frutto del
metissaggio culturale fra popoli. A Kashgar – “For-
tunata ospitalità” – punto di convergenza tra etnie
nomadi, culture e imperi molto differenti tra loro,
al Gran Bazar si riuniscono ancora oggi commer-
cianti provenienti da Kazakistan, Tagikistan,
Kirghizistan, Afghanistan, Pakistan e India,
oltre che dalla Cina. Dall’ultima oasi cinese
si può anche nel presente puntare verso sud o
sud-ovest, sulla “Via dell’amicizia” o
del tè
, va-
licando il Pamir oppure il Karakorum per rag-
giungere le coste lontane dell’Oceano Indiano
o invece l’odierno sito UNESCO della città di
Taxila in Pakistan, già collegata con la Strada Regia
da quando Dario I di Persia la annesse all’Impero
achemenide nel 518 a.C..
Compiendo il lungo tragitto verso ovest e nord-
ovest per giungere alle favolose città uzbeke di
Andijan, Kokand, Samarkand, Bukhara e Khiva
le vistose mercanzie d’ogni sorta, stoffe di seta dai
colori accesi, cotone e lana, ricercati tappeti per-
siani, incensi, profumi e unguenti rari, gemme
sfavillanti, monili in pietra di giada, teiere in rame
passarono in secondo piano rispetto alle costru-
zioni monumentali solleticanti il cielo, ornate di
arabeschi con preziosi mosaici in lapislazzuli dal
blu profondo al celeste vibrante rivaleggiando con
le sfumature dell’aura terrestre.
Mutando ancora percorso, verso le vetuste metro-
poli di Bactra, luogo di origine dello Zoroastrismo
nonché della letteratura persiana, e di Ecbatana, ove
Astiage, ultimo re dell’Impero dei Medi, dispose
attorno al suo palazzo sette cinte murarie lucenti
e conficcò ai baluardi di quelle più interne lastre
d’argento e d’oro, si trafisse il cuore del Continen-
te asiatico percorrendo le ancestrali rotte del regno
di Persia disseminate di caravanserragli, rocche di
argilla, oasi rigeneranti e bazar profumati di costo-
se spezie esotiche, datteri, canditi, torroni e frutta
sciroppata dove sensali e mercanti scambiarono
varietà di piante e sementi di ogni provenienza,
equipaggiamenti militari, bestiame e pelli d’anima-
li medio-orientali, lussuosi manufatti in vetro e ri-
cami dorati, sete luminosissime in filo o in tessuto e
traslucide porcellane cinesi a grana finissima e com-
patta, smaltate di un bianco cangiante con tratti di
pennello al blu cobalto, dalle quali le illustri signo-
rie del Vecchio Continente sorseggiarono i primi tè
e gustarono pietanze originali appena giunte.
Mappa dell’antica
Via della Seta
Sikkim, India
Samarcanda, Uzbekistan
Khiva,
Uzbekistan
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