Sommeliers Marche Magazine 59 - page 27

UDITE... UDITE!
Gualberto Compagnucci
TAPPO A CORONA PER IL VINO?
Tutto è partito da una serata da me condotta ad An-
cona, titolata la “Disfida di Barletta 2” dove si sfida-
vano tre grandi bianchi italiani e altrettanti france-
si. Al momento di servire un Riesling alsaziano del
noto produttore Pierre Frick uno dei sommelier in
servizio mi fece notare con certa meraviglia che la
bottiglia era chiusa con tappo a corona. La cosa non
mi stupì troppo perché avevo già letto che proprio
nell’alto Reno alsaziano lo stesso produttore e qual-
cun altro stavano da tempo utilizzando il tappo a
corona per chiudere le proprie pregiate bottiglie.
Costoro infatti sono convinti che il sughero crei più
problemi che altro e non solo per via del tricloroa-
nisolo o sentore di tappo, ma anche sulla imperme-
abilità ossigena, convinti che per la micro ossigena-
zione del vino basti quella del collo della bottiglia.
C’è da dire anche che questi siano assolutamente
osservanti del biodinamico e quindi utilizzano,
se non niente, piccolissime quantità di solfo-
rosa, per cui vogliono affidarsi a chiusure
assolutamente ermetiche, onde evitare
qualsiasi contaminazione esterna e
quindi, secondo loro, il corona sareb-
be da preferire anche allo Stelvin.
Ragionando un po’, come indicato anche da questi,
la posizione sur lattes delle bottiglie Metodo clas-
sico vede l’utilizzo proprio del tappo a corona e il
vino vi sosta per mesi e mesi se non per diversi anni
come nelle riserve. Ciò dimostra che la chiusura in
questione funzioni perfettamente e che tal cosa ab-
bia originato la scelta. A ciò si aggiunge anche la
sterilità totale del tappo a corona, contro l’eventuale
più o meno contaminato sughero (anche se steri-
lizzato per bollitura), come recitano i produttori
in questione. Ora si capisce pure l’eventuale ostica
presa di posizione dei nostalgici e grandi sostenito-
ri del sughero che soffrirebbero vedere un Barolo o
un Brunello con chiusura metallica, nonché il som-
melier che non potrebbe più affondare e ar-
ticolare poi il suo cavatappi per l’apertura
della bottiglia con quasi certa sacrali-
tà: quindi pensare di stappare un
gran vino come fosse una birra
fa storcere il naso a molti.
Però c’è da aggiungere che qualcuno di questi si-
gnori, noti e rispettati piccoli produttori, utilizzano
tale tappatura quasi da un ventennio e a loro detta
con indiscutibili ed eccellenti risultati. Certo è che
la cosa, a cui non avremmo mai pensato prima,
andrebbe a suo modo a rivoluzionare il mondo del
vino e meriterebbe un approfondimento parlando-
ne direttamente con quei produttori che da sempre,
in fatto di chiusure, operano nel convenzionale. Ma,
se ricordate, si fece grande rumore anche quando
apparvero i primi tappi Stelvin che vennero visti in
modo dissacrante, ma che poi hanno sfondato alla
grande. Stesso problema all’inizio lo ebbe il Bag in
Box che si dimostrò poi assolutamente vincente nei
confronti della vecchia cara damigiana, alla quale
poi si aggiungeva spesso la famosa pasticca anti
fioretta di isosolfocianato di allile con alto potere
antisettico. Indubbiamente i produttori alsaziani
terranno in considerazione anche la differenza di
costo dell’utilizzo del tappo a corona nei confronti
del sughero e dello Stelvin, com’anche credo delle
macchine tappatrici, le quali cose quindi potrebbe-
ro appetire diversi altri produttori.
Beh, questi sono problemi che non interessano a
noi sommelier ed estimatori, a parte il fascino del
tappo di sughero per il quale continueremo a tifare,
se non che essere assicurati sulla qualità del vino,
la sua buona evoluzione e tenuta nel tempo, poi... il
mondo cambia giorno dopo giorno.
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