Ca’ de Sanzves
Rocca di Predappio
di scuola toscana del XV secolo che qualcuno osò
attribuire a Raffaello e “La Madonna del Fascio”,
mosaico in stile azulejos dell’artista Silva.
Da Predappio proseguiamo il nostro tour alla vol-
ta di Bertinoro, il “balcone di Romagna”, nota an-
che come “città del vino”. La Colonna degli anelli,
emblema dell’ospitalità bertinorese, ci accoglie. Se
a Predappio abbiamo pranzato alla
Ca’ de Sanzves
,
qui ad attenderci sono i piatti della
Ca’ de Bè
, altra
osteria, enoteca storica insieme alla
Ca’ De Vèn
nel
centro storico di Ravenna.
La leggenda vuole che Galla Placidia, figlia dell’im-
peratore Teodosio, nell’estate del 435 d.C., per
sfuggire alla malaria si fosse mossa verso un pa-
esino collinare e che, assaggiando un vino bian-
co servito in una rozza coppa di terracotta, abbia
esclamato:
“Non di così rozzo calice sei degno, o vi-
no, ma di berti in oro”
, celebrando così la bontà del
vino e dando il nome all’odierna città di Bertinoro
(prima Monte dell’Uccellaccio). Quel vino era l’Al-
bana. A donarle eleganza è lo spungone, un com-
plesso calcareo di sedimentazione marina arric-
chita da conchiglie fossili e altri residui organici
formatisi in epoca Pliocenica. Costituisce una sor-
ta di massiccio roccioso che si estende dal torrente
Marzeno a Brisighella fino a Capocolle, tra Forlim-
popoli e Cesena. Gli affioramenti di spungone più
consistenti sono proprio a Bertinoro.
Sicuramente le origini del vitigno sono particolar-
mente antiche; si narra della provenienza delle vi-
ti dalla zona di Albano Laziale, da cui il nome del
vino:
Albanus
. Tuttavia non esistono prove certe di
questa origine e il nome Albana potrebbe derivare
dall’aggettivo latino
Albus
, bianco, o meglio anco-
ra, pallido. Il primo riferimento evidente al vitigno
Albana lo si trova a partire dal 1300, quando il giu-
dice bolognese appassionato di agronomia Pier de
Crescenzi lo cita nel suo
“Trattato di agricoltura”
.
Con Vitaliano Marchi e Giovanni Solaroli, som-
melier dell’AIS Romagna che all’Albana hanno de-
dicato un libro, abbiamo approfondito le vicende
di questo bistrattato vitigno.
Nel 1967 ottenne la DOC, trasformata in DOCG
nel 1987. Fu il primo vino bianco in Italia a fre-
giarsene. «Un’operazione non priva di polemiche,
legate soprattutto alla resa di 140 quintali per et-
taro prevista dal primo disciplinare e al fatto che
si trattava di un vino poco conosciuto fuori dalla
zona di produzione, facilmente ossidabile e quindi
poco adatto alla conservazione, spesso troppo aci-
do e astringente. In più – spiegano gli autori – ve-
nivano contestate le troppe tipologie ammesse dal
disciplinare di produzione: secco, amabile, dolce,
passito, passito riserva. Paradossalmente, complici
tutte queste polemiche, gli anni che seguirono l’ot-
tenimento della DOCG rappresentarono il perio-
do di maggior crisi dell’Albana: molti vigneti ven-
nero espiantati e rimpiazzati da altri vitigni, tanto
che in poco tempo si passò da una superficie vitata
di circa 9000 ettari a soli 1000».
L’Albana non è un vitigno facile. «È l’ultima vi-
te a germogliare e la prima uva a maturare e, no-
nostante questo, riesce a fornire produzioni supe-
riori alla media, con grappoli di dimensioni fuori
dal comune e acini dolcissimi, tanto da far defini-
re il vitigno come “un’autentica macchina da zuc-
chero”. Viste le caratteristiche vegetative e di bassa
fertilità basale, la Pergola romagnola resta la forma
di allevamento più idonea per il vitigno in quanto
garantisce la corretta circolazione dell’aria e un’i-
donea ombreggiatura ai grappoli, ma non è remu-
nerativa e, ormai, non la utilizza più nessuno per-
ciò la produzione è molto limitata» spiegano Mar-
chi e Solaroli. L’Albana di Romagna è un vino di
nicchia, che forse non riflette al meglio il carattere
dei romagnoli, schietto e diretto. Il problema infat-
ti è che non esiste l’Albana, con delle caratteristi-
che proprie che la rendono riconoscibile. Chi im-
piega l’acciaio, chi il cemento, chi la botte grande,
chi la barrique, poi c’è chi per la fermentazione e
l’affinamento ha puntato sull’anfora, tantoché nel
2012 per mano di un gruppo di produttori roma-
gnoli e georgiani coordinati dal faentino Carlo Ca-
tani nacque “ANsomigaFORA”, in dialetto roma-
gnolo
“non sono mica fuori”
, un progetto vinico-
lo e di scambio culturale. Esistono dunque tante e
diverse tipologie di Albana che variano a seconda
dell’interpretazione del produttore e questo, pro-
babilmente, disorienta il consumatore. Consuma-
tore che si è accorto forse per la prima volta dell’e-
sistenza dell’Albana soltanto nel 1989 quando Ve-
ronelli acclamò lo
“Scacco Matto”
di Maria Cristi-
na Geminiani (Fattoria Zerbina), un vino da uve
Albana attaccate dalla muffa nobile, come il mi-
glior Albana passito di sempre. Poi però i riflettori
si spensero. Anche i grandi gruppi cooperativi che
dominano la Romagna all’Albana preferiscono il
Trebbiano o il Pinot bianco che si vendono più fa-
cilmente. Al momento, dunque, la volontà di ren-
dere questo vitigno l’alleato prezioso del Sangio-
vese per identificare la Romagna appare piuttosto
debole. Chissà che in futuro le cose non cambino...
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