cemente senza invadere del tutto le sue carni e le
interiora, poiché, nel
Pentateuco
– termine che de-
signa i primi 5 libri della
Tōrāh
– si afferma che la
vita è nel sangue:
«nessuna persona tra voi mangi
sangue perché la vita di ogni carne è il sangue, nel
sangue sta la vita»
. Il sangue che racchiude il se-
greto della vita è quindi patrimonio del Creatore,
per cui sia il sangue animale che i suoi derivati o
alimenti con essi “congiunti” non possono consi-
derarsi cibo kasher, ecco perché, a seguito dell’am-
mollo in acqua, si procede con la
melichah
, la sa-
latura di circa un’ora mediante il sale grosso che
facilita il drenaggio del sangue.
Il pane, se mancante di burro o latte, i cereali,
oppure la frutta e la verdura allo stato natu-
rale, come anche il pesce, appartengono alla
categoria dei cibi “neutrali” chiamati
parvē
,
ovvero idonei ad essere consumati sia
con la carne che con i latticini, secondo
la
Kasheruth
. Per soddisfare i requisiti
della cucina kasher, il pesce deve avere
pinne e squame facilmente rimovibili come il sal-
mone, trota, cernia, nasello oppure sogliola, men-
tre l’anguilla, pesce gatto, squalo e tutti i crostacei,
molluschi, frutti di mare e mammiferi acquatici
sono giudicati impuri dalla
Tōrāh
.
«Benedetto sei Tu Signore Iddio, Re del mondo, che
ci ha santificato con i Suoi comandamenti, e ci ha
comandato il lavaggio delle mani»
. Prima di ac-
comodarsi alla tavola e mangiare del pane o altro
boccone intinto nel sale o nel miele, il cerimoniale
ebraico prevede l’abluzione delle mani, detta
neti-
lath yadāyim
, versandovi su entrambe dell’acqua
limpida da una caraffa, per tre volte nel mentre si
recita la
berakhah
, ovvero la benedizione, con il
fine di acquisire un essenziale stato di purità ritua-
le.
«L’uomo innocente di mani e puro di cuore, che
non eleva l’animo a vanità e non giura frode»
può
quindi accomodarsi all’altare della casa imbandita
di ogni ben di Dio.
Il poeta tedesco Heinrich Heine, discendente di
una ricca famiglia di banchieri e commercianti
ebrei, esalta con una ode il divino stufato
cholent
,
chamin
per i sefarditi, il cibo più popolare della
cucina ebraica, comparandolo ad un’ambrosia ce-
lestiale che rende speciale ogni giorno di riposo del
sabato ebraico, lo
Shabbath
.
«Fu il buon Dio personalmente a insegnar come si
cuoce questo cibo celestiale sopra il Sinay, a Mosè,
dove già Domineddio tutti i buoni e bei precetti ed i
suoi Comandamenti tra le folgori impartì»
.
Secondo il precetto di osservare lo
Shabbath
, nel
giorno della gioiosa festività è proibito lavorare e
far lavorare sia gli schiavi che le bestie, nacque così
questa pietanza di lunga cozione che viene assem-
blata già il venerdì pomeriggio, poi messa al forno
a fuoco lento e fatta giungere a cottura per il dì
successivo acquisendo un aroma squisito. Spalla o
punta di petto di manzo, patate, fagioli e orzo sono
gli ingredienti base per gli ashkenaziti, mentre la
variante sefardita prevede il riso invece del fagiolo
e sostituisce il manzo con il pollo, tacchino, o vi-
tello. Onorando lo
Shabbath
, già il venerdì sera in
cui comincia il giorno santo della settimana, il sa-
bato, dal tramonto in poi, vengono poste in tavola
due lunghe trecce di pane bianco soffice e legger-
mente dolce che possono essere assaggiate dopo il
tradizionale pesce, simbolo di prolificità.
L’intrecciato
challah
a base di farina, uova, acqua,
lievito, zucchero e sale, spennellato con del tuorlo
d’uovo e cosparso di semi di sesamo prima di in-
fornarlo, viene obbligatoriamente benedetto insie-
me al vino – anch’esso
kasher
– e al pane dopo la
preghiera del venerdì sera, inoltre, poco prima del
tramonto, la padrona di casa deve eseguire il sug-
Falafel
Chummus
Sufganiyah
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