Sommeliers Marche Magazine 57 - page 24

Quando nasca il vino rosato non è ancora chiaro,
probabilmente, secondo ritrovamenti, i vini degli
antichi erano tutti dei rosati mentre alcuni testi ri-
conducono a leggendarie apparizioni.
Sicuramente in epoca moderna dei meriti li dia-
mo a Leone De Castris che nel 1943 immette nel
mercato mondiale il suo Five Roses, ancora oggi in
commercio. Ma meriti più ampi sono da attribuire
alla Francia per alcune denominazioni come Tavel
e Lirac in Châteauneuf du Pape dove si esprimo-
no rosati intensi e complessi, paragonati spesso, ad
una sottozona molto importante a livello mondia-
le, quella di Bandol in Provenza.
Riguardante invece i metodi di produzione, se ne
possono distinguere diversi a seconda delle zo-
ne: macerazione sulle bucce per ottenere vini più
profondi e carichi di frutto; pressatura diretta per
estrarre meno tannini e meno colore limitando il
contatto con le bucce per vini eleganti e floreali;
in blending miscelando vini rossi e bianchi per le
basi della spumantizzazione. Sulla scia della Pro-
venza i rosati italiani si stanno caratterizzando sia
a nord che a sud con differenziazioni dovute anche
alla loro storia.
Per dare un’idea di che cosa sia un vino rosato ab-
biamo incontrato Mattia Vezzola, uno dei più im-
portanti enologi italiani, premiato da molte guide
e associazioni come “Miglior enologo dell’anno”
negli ultimi anni, curatore di Bellavista per oltre
40 vendemmie nonché titolare di Costaripa, una
delle aziende che ha avuto il merito di spingere il
rosato dove non era mai stato, ovvero, fra i vini
italiani di qualità.
Introdiuciamo il discorso:
“Quale è stata la sua
formazione e perché produrre un rosato?”
“Pos-
so rispondere come rispose a me Giacomo Tachis
quando gli chiesi come gli fosse venuto in mente di
produrre il Sassicaia, ovvero, la disperazione. Io so-
no nato a Rovigo del Garda 70 anni fà e il linguag-
gio usato nel territorio era sempre in diminutivo,
Groppellino, Chiarettino, ecc. I vini rosé in generale
erano considerati di poco valore, derivati da un
pensiero refluo, cioè un pensiero che mette in primo
piano un grande vino rosso e il motivo di produr-
re un rosato è per concentrare il grande rosso con
un rosé da salasso o all’inverso per completare la
gamma di prodotti con le peggiori uve del rosso, di
conseguenza, il rosato rimane un pensiero modesto.
Durante i miei studi, mi sono chiesto come nella mia
zona c’erano 500 piante per ettaro piantate a guyon
bilaterale e venni a conoscenza che, fù il senatore
Molmenti, consigliato da due enologi francesi pro-
venienti da Bordeaux, che diede inizio a questo tipo
di impianto e per questo motivo si è arrivati così,
dal Claret Bordolese al Chiaretto del Lago di Garda:
traduzione peggiorativa anch’essa. Nel dopoguerra
i nostri genitori avevano, per ragioni di sopravvi-
venza, aumentato la resa per ettaro. Il problema è
che il Groppello, uno dei vitigni più antichi d’Ita-
lia, molto vicino per caratteristiche al Pinot Nero,
se prodotto con rese più alte non arriva a matura-
zione e per questo risultavano poi dei vini modesti.
PARLANDO CON MATTIA VEZZOLA
COS’E’ E COS’ERA IL ROSATO
Luca Luciani
Sommelier
Mattia Vezzola
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