Sommeliers Marche Magazine 57 - page 25

Di conseguenza sono tornato alle origini, nei
primi anni ‘80 ho ridotto le rese delle vi-
gne che già aveva mio padre, scoprendo
il Groppello che dalla sponda Bresciana a
Salò può avere degli ottimi risultati. Siamo in
clima Mediterraneo, il microclima più a nord
del mondo dove si possono coltivare agrumi,
con influenze fredde delle Prealpi e tutto ciò che si
produce è estremamente armonico ed elegante dove
il Groppello ha trovato il suo clima ideale.”
“Durante il suo studio soprattutto in Provenza
cosa ha appreso e cosa l’ha portata ad apportare
dei cambiamenti?”
“Sono piu cose: la Valtenesi de-
riva da una filosofia francese come già ho mesiona-
to, i due enologi bordolesi sono intervenuti con il se-
natore Molmenti e non hanno consigliato di fare un
rosé ma di piantare le vigne ed allevarle per fare un
rosé. Una coltura dedicata. Ho fatto molti viaggi,
ma ‘la grande informazione’ che ha cambiato il mio
modo di vedere le cose mi è arrivata da Patric Leon,
enologo un tempo di Chateau Mouton Rothschild.
Mi ha accennato al fatto che il grande rosato non
nasce solo da un’agricoltura dedicata, ma da un’e-
nologia tipica dello Champagne. Per fare un rosé
devi pensare di fare uno Champagne, cioè devi vi-
nificare parcella per parcella per poi assemblare a
freddo. Nella Valtenesi, che è un bacino glaciale di
circa 80 milioni di anni fà con 64 tipologie di terre-
no, è facilissimo trovare delle biodiversità aggiunte
ad altitudine ed esposizione si ha un’enormità di va-
riabili aromatiche. Così sono andato verso questo
percorso. Con la filosofia delle cuvee sono andato
a produrre i miei rosati. Il rosé non è solo difficile,
ma anche costoso per la costanza mentale. Serge
Dubais, al tempo presidente dell’Unione Enologi
Internazionale, mi ha detto: ‘ fare il rosé è come
far bollire il latte, nel momento in cui ti giri per-
ché ti prude la caviglia, il latte non c’è più’. Il
rosé non rappresenta un vino ma un modo di
vivere, vini estremamente raffinati amati da
persone estremamente qualitative sia nel la-
voro che nel pensiero.”
“Il metodo del Saignee lo applica per tut-
te le vinificazioni? E per quanto riguarda
l’uso della botte?”
“Appena finita la scuola
mi invitarono a lavorare per il senatore Mol-
menti, arrivato li sembrava di tornare in un
epoca preistorica con botti di 30 hl. Dopo un
anno ho visitato la cantina di Domaine Ott, metro
di misura internazionale per il rosato, entro e trovo
le stesse tecnologie, rimasi sbalordito. Nel ‘72 poi ho
fatto un viaggio in Champagne visitando sei azien-
de e tutti avevano le botti perché l’acciaio stava arri-
vando proprio in quegli anni, quindi non ancora in
uso come ora. A suo tempo non avevo molti soldi e
tenevo un po’ di Champagne dalle degustazioni per
il giorno dopo da bere con un panino scoprendo un
vino esattamente inalterato a livello sensoriale. La
botte in questo senso aiuta il mantenimento e dona
al vino una tessitura, ossigenandosi, una vita più
lunga. Nel 73’ comprai delle botti usate di 3, 4 e 5
anni, fino a 10, dalla Provenza e dalla Borgogna.”
“Qual’è il futuro del rosato?”
“Mi auguro che non
diventi una moda, in Italia si segue spesso il mer-
cato e non la vocazionalità del territorio. Con la
legge 11/44 della Comunità Europea, che consente
ai consorsi di promuovere i propri vini nella Comu-
nità Europea, a patto che sia abbinato ad un altro
consorzio, si sta dando uno slancio importante. Da
quest’anno la Provenza e Valtenesi promuovono in-
sieme il rosato in Europa.”
“I vini rosati del sud possono raggiungere in
qualche modo il fascino e l’eleganza dei vini del
nord senza perdere le proprie origini?”
“I rosati
del centro-sud sono fantastici e sono molto affasci-
nanti, l’importante è che non sbandino a copiare i
vini del nord e della Provenza. Se prendi il Tavel,
ha una forte diatriba con la Provenza come fra
padre e figlio. Ognuno però ha la sua fortuna e la
sua identità. Se fossi del sud farei di tutto per non
avvicinarmi allo stile del nord mantenendo il pro-
prio terroir. Cos’è il terroir? Integrazione verticale
tra sottosuolo, sovrasuolo, sole e uva. Spesso associo
la vigna all’uomo e l’apparato radicale rappresenta
la cultura e la storicità dell’uomo. L’uomo può fare
molte esperienze nel mondo in flessione ma quando
risale, risale nel posto esatto in cui è nato.”
Concludiamo il discorso pensando al rosato come
un nuovo panorama della viticoltura internazio-
nale con produzioni sempre più qualitative e palati
sempre più affini alla degustazione di esso.
Un vino che non rimanga nelle carte vini fra bian-
che e rossi con pagine striminzite, ma un luogo che
col tempo prenda spazio e si proporzioni in ma-
niera giusta, che possa dare merito a produttori,
che con tempo e sacrificio, hanno restituito al vino
rosato la sua dignità e la sua piacevolezza.
La cantina Costaripa,
Moniga del Garda (BS)
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